Vi racconto una storia

17 Gen 2026 - Giovani

Vi racconto una storia

Quello che segue è un breve racconto che mi è stato chiesto di scrivere. Racconto, con parole semplici ma vere, un pezzo di strada fatta insieme quest’anno.
Un percorso di amicizia e di ascolto che stiamo cercando di condividere.


Il nostro percorso è nato da una frase di Pier Giorgio Frassati, un santo giovane, inquieto, appassionato della vita e capace di parlare ancora oggi ai ragazzi: “Verso l’alto”.
Da lì abbiamo dato un nome al cammino che stiamo provando a vivere insieme: “Verso l’alto e verso l’altro”.


Perché crescere non significa solo guardare in alto, ma anche imparare a guardare meglio chi ci sta accanto, magari anche qualche ex compagno di classe che, anche oltre l’adolescenza, staziona ancora al parchetto del quartiere per fumarsi un paio di canne.
Dunque, verso l’alto e verso l’altro!!


All’inizio pensavo fosse uno dei soliti percorsi che facevo anche nella mia parrocchia: qualche incontro, due parole intelligenti, magari una preghiera, a volte anche un po’ lunga e stop.
Spoiler: non sta andando così.


“Verso l’alto e verso l’altro” suonava bene, lo ammetto. Però non avevo capito che avrebbe avuto a che fare così tanto con la mia vita. Con le mie domande. E pure con le mie resistenze.


Abbiamo studiato, sì. Cose toste, che ti fanno pensare e a volte ti scombinano le certezze. Perché se non si impara a pensare non possiamo funzionare. Abbiamo ascoltato la Parola e le testimonianze che non erano prediche, ma storie e riflessioni vere, di quelle che ti restano addosso. Abbiamo pregato, non sempre con le parole giuste, spesso con il cuore un po’ in disordine. E poi abbiamo tentato di fare servizio, anche se manca ancora qul pezzo bello che la Ste ci ha promesso: una esperienza vera con gli ultimi veri: i ragazzi di Rogoredo e una esperienza con Simone, i carcerati, ma arriverà il momento, perché abbiamo bisogno di non fare “troppo i principi” ma di sporcarci le mani e, a volte, anche le idee.
Il giorno che è venuto Ivan (nome di fantasia) me lo ricordo bene.
Non aveva l’aria dell’“esempio perfetto”.
E forse è stato proprio questo a colpirmi.


Ha raccontato di un tempo passato in carcere, senza vittimismo e senza fare il duro. Ha parlato degli errori, delle scelte sbagliate, ma anche di qualcuno che non ha smesso di credere in lui quando sarebbe stato più facile voltarsi dall’altra parte. Oggi vive in una comunità, sta rimettendo insieme i pezzi, uno alla volta. Non tutto è risolto, e lui non ha fatto finta che lo fosse.


Mentre parlava pensavo: “E io, al suo posto, ce l’avrei fatta?”
E soprattutto: “Chi sono io per decidere che una persona è persa?”
Fare servizio dopo averlo ascoltato non sarà lo stesso. Le persone non saranno più “i ragazzini”, “i poveri”, “quelli in difficoltà”, “quelli con i problemi”. Avranno un nome, una storia, una possibilità. E in mezzo, senza accorgermene tanto, ci saró anch’io, cambiato.


Ho capito che sporcarsi le mani non ti abbassa. Ti rimette in pista.
E, stranamente, ti fa andare verso l’alto proprio mentre vai verso l’altro.
Forse è questo che mi sto portando a casa da quest’anno: non risposte pronte, ma uno sguardo nuovo.
E la sensazione che la strada sia ancora lunga, sì…ma finalmente nella direzione giusta.🔝🍾

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