Continua la nostra avventura con gli Ado!
22 Mar 2026 - Adolescenti, Cinema, docufilm, Video
A dirla con onestà, il progetto #BenESSEREADOlescenti non sta semplicemente “funzionando”.
Sta accadendo qualcosa.
Qualcosa che riguarda i ragazzi, prima ancora che noi adulti.
Qualcosa che tocca il punto più vivo e più delicato della loro crescita, il desiderio.
La vocazione. La possibilità di diventare ciò che sono chiamati ad essere.
Perché è qui che si gioca tutto.
Non nel fare di più. Non nel proporre di più.
Ma nel creare le condizioni perché ciò che è già presente, in forma fragile, spesso confusa, a volte perfino dolorosa, possa emergere, respirare, prendere forma.
Il desiderio degli adolescenti non è scomparso. Non è più debole rispetto ad un tempo passato.
È, semmai, più esposto.
Più vulnerabile. Più facilmente soffocato.
E soprattutto più solo. I ragazzi di oggi portano dentro una domanda potente di vita, di senso, di futuro.
Ma accanto a questa domanda cresce, spesso silenziosa, una paura, la paura del futuro.
Guardare avanti, senza garanzie.
Senza appigli certi.
Senza quella fiducia implicita che, forse, altre generazioni hanno potuto dare per scontata.
E allora accade qualcosa di sottile ma decisivo, il desiderio rischia di arretrare.
Di ridursi, le paure crescono, la comunicazione con il mondo adulto diventa fragile e tutto é più complesso….







Non perché i ragazzi non vogliano vivere in grande.
Ma perché temono di non trovare un luogo in cui quel “grande” possa esistere davvero.
È qui che l’esperienza educativa diventa decisiva. Non per riempire. Non per dirigere o aggiustare. Ma per sostenere.
Sostenere il desiderio quando è ancora incerto. Custodire la vocazione quando è solo intuizione.
Accompagnare i ragazzi nel diventare ciò che sono chiamati ad essere, senza anticiparli, senza sostituirli, senza spegnerli.
Perché ogni ragazzo/a porta dentro una direzione.
Una forma possibile della propria vita.
Questa forma ha il diritto di essere riconosciuta, sostenuta, fatta emergere.
Quando questo accade, anche solo a tratti, succede qualcosa di sorprendente.
I ragazzi parlano. Si aprono. Prendono parola sulla loro vita. Non perché devono.
Non perché qualcuno li spinge.
Ma perché sentono che quello spazio regge il loro desiderio. Che non li riduce.
Che non li misura. Che non li traduce subito in categorie. Anche ieri sera è andata così.
Parole vere, senza filtri. Parole che cercano, che tentano, che a volte inciampano, ma che restano vive.
E dentro queste parole si intravede chiaramente ciò che abita molti adolescenti oggi, una tensione ostinata a non accontentarsi. A non ridursi. A cercare un oltre. Qualche giorno fa, un ragazzo lo ha detto con una poesia.
Perché, spesso, la poesia arriva prima della psicologia.
Citava Montale, “Spesso il male di vivere ho incontrato…”
Ma non era una resa. Era un punto di partenza. Perché, anche dentro quella consapevolezza, restava aperta una domanda. Un varco. Un desiderio che non si lascia chiudere.
Non è forse questo che incontriamo quando ascoltiamo davvero i nostri ragazzi?
Questo bisogno profondo di non restare in superficie. Di non essere ridotti a ciò che funziona. Di intuire che esiste un Più.
Il desiderio e la vocazione iniziano qui, nel rifiuto della mediocrità, nella ricerca di senso, nel bisogno di verità.
I ragazzi lo sanno. E per questo non scappano dalle cose impegnative. Scappano dalle cose finte.
Quando incontrano qualcosa e qualcuno di vero, diventano seri. Seri nel senso più bello,
prendono sul serio la loro vita.
E allora anche il criterio cambia.
Non è più solo una questione di numeri.
Non è l’effetto massa a dire se qualcosa funziona. Conta che quello spazio esista.
Che sia reale. Che sia possibile.
Conta che ci sia uno spazio in cui il desiderio possa sostare senza doversi difendere.
In cui il futuro non sia solo fonte di ansia, ma possa tornare ad essere promessa.
Perché se anche uno solo, tra tanti, riesce a fidarsi di questo spazio, se uno solo prova a stare dentro la propria domanda senza fuggire, non è già questo un inizio?
Il lavoro educativo, allora, si rivela per ciò che è davvero, un lavoro profondo, generativo, spesso invisibile.
Accompagnare. Sostenere. Offrire occasioni. Occasioni perché i ragazzi possano incontrare sé stessi, dare nome a ciò che sentono, riconoscere che dentro di loro c’è molto di più di quanto immaginano.
E, come oratorio, non possiamo non dirlo fino in fondo: qual è il compimento di questo desiderio?
Giovanni Paolo II, alla grande GMG del 2000 disse ai giovani presenti a TorVergata:
«È Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa…» Forse è proprio questo il punto.
Che quel desiderio, così inquieto e così autentico, non sia un problema da risolvere,
ma una strada da percorrere.
Una strada che ha un volto. Una promessa.
Un compimento, come ricorda il Grande Agostino.
E allora la responsabilità educativa si chiarisce, non togliere ai ragazzi la fatica del diventare, ma stare accanto a loro perché possano attraversarla senza paura.
Perché possano guardare al futuro non come a una minaccia,
ma come a uno spazio possibile.
Perché possano, poco alla volta, diventare ciò che sono.
Per questo vogliamo dire grazie alla Fondazione Banca del Monte, che rende possibile questa esperienza.
Ma, più ancora, vogliamo custodire una domanda, stiamo davvero creando spazi in cui i ragazzi possano diventare sé stessi, senza paura?
Se la risposta, anche solo a tratti, è sì,
allora qualcosa di importante sta già accadendo.
Presto vi inviteremo a fare un passo in più:
a vedere il nostro docufilm, a parlarne insieme, e soprattutto ad ascoltare ciò che i ragazzi vogliono e sanno dire al mondo adulto.