COMPORTAMENTO AGGRESSIVO E VIOLENZA: COSA CI DICONO LE NEUROSCIENZE

5 Mag 2026 - Adolescenti

COMPORTAMENTO AGGRESSIVO E VIOLENZA: COSA CI DICONO LE NEUROSCIENZE

Ringrazio Luca, neuro biologo ed educatore dei nostri adolescenti, per contributo che ci offre e invito tutti a leggere questo bellissimo articolo.
L’aggressività in adolescenza non è solo un comportamento da correggere, ma un linguaggio da decifrare. Spesso è il modo con cui un ragazzo prova a dire: “ci sono, anche se non so come dirlo”.
Le neuroscienze spiegano i meccanismi, ma è la relazione che trasforma, dietro l’attacco c’è spesso fatica, vergogna, solitudine. Per questo l’adulto non è chiamato solo a contenere, ma a reggere, dare senso, offrire parole.
Accompagnare significa stare lì, tra limite e ascolto, aiutando l’aggressività a diventare forza che costruisce, non che distrugge… grazie Luca!! Ste!!

A cura di Luca Alpigiani

I recenti avvenimenti di cronaca nera che hanno investito la nostra città ci inducono a interrogarci circa la natura del comportamento aggressivo e della violenza. A cosa serve l’aggressività? Quale sostrato organico ne garantisce l’esistenza? Com’è possibile modificare i propri comportamenti sfociando, da una aggressività funzionale, alla violenza più abominevole?

Nel tentativo di rispondere a simili domande, vengono in nostro aiuto le scoperte della neurobiologia e delle neuroscienze del comportamento.

Se affrontiamo la questione con uno sguardo attento all’evoluzione delle specie e alla storia naturale della vita animale sulla Terra, appare presto evidente che i comportamenti aggressivi portano con sé importanti vantaggi evolutivi. L’aggressività svolge un ruolo fondamentale a supporto della predazione e della difesa dell’incolumità fisica degli organismi, i quali vedono, in questo modo aumentate le proprie probabilità di sopravvivenza. Inoltre, i comportamenti aggressivi intervengono nelle dinamiche di competizione tra conspecifici per il territorio e per l’accoppiamento e costituiscono, per numerose specie animali evolutesi per una vita di gruppo, un importante fattore di regolazione dei rapporti e delle gerarchie sociali. Si apre dunque con chiarezza il quadro di un mondo naturale nel quale, all’interno di numerose specie animali, gli individui più aggressivi sono associati a un maggiore successo riproduttivo e, di conseguenza, a una maggiore condivisione del proprio genoma alle generazioni successive. Alla luce di quanto appena affermato, non sorprende che i comportamenti aggressivi siano così diffusi tra le specie animali, inclusa la specie umana, e si può facilmente spiegare la ragione del coinvolgimento di diverse strutture organiche nella loro regolazione.

Se volgiamo poi il nostro sguardo all’individuo e focalizziamo la nostra attenzione all’essere umano, ci accorgiamo che l’aggressività è supportata e modulata da specifiche componenti biologiche, principalmente collegate con il funzionamento del sistema nervoso centrale. Dal loro funzionamento dipende il ruolo del comportamento aggressivo in ciascuno di noi e la loro fisiologia rappresenta una possibile causa dell’aggressività funzionale o patologica che arricchisce o danneggia la nostra vita in società.

Sul piano molecolare sono state identificate varianti genetiche che possono influenzare la vulnerabilità a comportamenti aggressivi, soprattutto in interazione con l’ambiente e le esperienze di vita. Essi si traducono poi in molecole coinvolte nei processi fisiologici alla base del comportamento aggressivo stesso. Ne rappresenta un esempio emblematico il gene che codifica per la monoamino- ossidasi A (MAOA), ovverosia un enzima che catalizza il processo di degradazione dei neurotrasmettitori serotonina e dopamina. Studi condotti su modelli animali mostrano che la riduzione della MAOA, mediante interventi genetici o farmacologici, induce un aumento del livello di aggressività nei topi. Negli esseri umani alcune varianti del gene per la MAOA sono state associate a un aumento di aggressività e di reattività aggressiva alle provocazioni, soprattutto in presenza di esperienze avverse durante l’infanzia.

Se allarghiamo poi la nostra prospettiva, considerando i livelli superiori di organizzazione biologica del sistema nervoso centrale, troviamo diverse aree cerebrali coinvolte nei processi di induzione e modulazione dei comportamenti aggressivi.

Fondamentale è il ruolo del sistema limbico, in modo particolare dell’ipotalamo, che è coinvolto in numerosi processi di regolazione omeostatica (come la termoregolazione) e di produzione di comportamenti istintivi quali il comportamento aggressivo e sessuale. Nei topi, la porzione ventro- laterale del nucleo ipotalamico ventro-mediale aumenta la propria attività negli istanti precedenti l’esecuzione di un attacco da parte dell’animale e l’inibizione di tale area, riduce significativamente i comportamenti aggressivi. Negli esseri umani è la porzione posteromediale dell’ipotalamo ad essere considerata una delle principali regioni coinvolte nei comportamenti aggressivi e nelle risposte di attacco; interventi di stimolazione profonda per la regolazione dell’aggressività hanno avuto, tuttavia, un limitato successo.

Del sistema limbico fa parte anche l’amigdala, che è una piccola struttura a forma di mandorla, situata in profondità nei lobi temporali; ciascuno di noi presenta due amigdale, una nell’emisfero destro e una in quello sinistro. L’amigdala è coinvolta nella valutazione della minaccia e nella regolazione della risposta emotiva e comportamentale. In virtù di tali funzioni tale struttura gioca un ruolo-chiave nella regolazione dell’aggressività reattiva. Essa presenta, infatti, una morfologia diversa (solitamente di dimensioni ridotte, ma gli studi non sono pienamente concordi) negli individui maggiormente aggressivi rispetto a una popolazione di controllo, accompagnata da un’alterazione della sua attività fisiologica.

Volgiamo infine lo sguardo alle strutture frontali. Qui troviamo la corteccia cingolata anteriore, componente frontale del lobo limbico, situata sopra il corpo calloso, la quale, se attivata, produce nel modello animale una significativa soppressione dei comportamenti aggressivi. Essa svolge dunque un ruolo-chiave nel controllo dell’aggressività. Nell’essere umano, attraverso studi di neuroimmagine e di stimolazione cerebrale non invasiva, sono state riscontrate importanti ulteriori connessioni tra aggressività e corteccia prefrontale, in particolare nelle sue porzioni dorsolaterale, ventrolaterale e ventromediale.

Anche la nostra storia di vita, come precedentemente accennato, può influenzare la nostra capacità di produrre e regolare comportamenti aggressivi. In modo particolare si è rilevato come il consumo di alcol o la presenza di un disturbo post-traumatico da stress possano essere potenziali fattori di rischio per una regolazione alterata e potenzialmente disfunzionale dell’aggressività.

I risultati provenienti dalle ricerche nell’ambito delle neuroscienze del comportamento ci aiutano, inoltre, a comprendere le possibili basi fisiologiche della aggressività reiterata, che non raramente finisce con lo sfociare in vera e propria violenza ai danni delle persone che ci circondano. Esse riguardano principalmente il coinvolgimento dello striato, un nucleo facente parte dei gangli della base, che appartiene alla via della dopamina, coinvolta nei processi di motivazione e ricompensa. L’attivazione dello striato in risposta alle provocazioni e durante l’esecuzione di comportamenti aggressivi potrebbe rendere l’aggressività un comportamento gratificante, inducendo quello che, nel modello animale, è noto come “effetto del vincitore” e favorendo la reiterazione del medesimo comportamento.

Le conoscenze che provengono dalle neuroscienze comportamentali ci aiutano in definitiva a comprendere le basi biologiche e fisiologiche del comportamento aggressivo e aprono le porte alla possibilità di sviluppare innovative e sempre più efficaci metodologie educative, terapeutiche e di intervento nei casi di sviluppo di aggressività patologica.

Per approfondire

  • Principi di neuroscienze
    Kandel, E. R., Koester, J. D., Mack, S. H., & Siegelbaum, S. A. (2023). Principi di neuroscienze (5a ed.). Casa Editrice Ambrosiana.
  • Fritz, M., Soravia, S.-M., Dudeck, M., Malli, L., & Fakhoury, M. (2023). Neurobiology of aggression—Review of recent findings and relationship with alcohol and trauma. Biology, 12(3), 469. VAI AL LINK

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