Il mondo in un tavolo di legno: cronaca di un pomeriggio al doposcuola “Fuori Classe”

29 Apr 2026 - Doposcuola

Il mondo in un tavolo di legno: cronaca di un pomeriggio al doposcuola “Fuori Classe”

A Cura di Dott.ssa Luisa Anna Borriello
C’era un tavolo lungo, lunedì pomeriggio, nel cuore dell’oratorio di San Pietro. Attorno a quel piano di legno la geografia del mondo sembrava essersi rimpicciolita, fino a diventare una questione di sguardi e di parole nuove. Da una parte io, nel mio ruolo di educatrice; davanti a me, un ragazzo di 14 anni e uno di 18. Tra le mani fogli che parlano di mele, arance, scontrini e quotidianità.

Loro parlano Wolof, vengono dal Senegal e sono in Italia da sei mesi. Nei loro occhi brilla la fame silenziosa di chi vuole scassinare la serratura di una lingua difficile per sentirsi, finalmente, di nuovo a casa. Dopo aver sognato l’Italia per tanto tempo, oggi i loro desideri hanno la concretezza della terra: sognano di fare i contadini. Forse, per come siamo abituati a intendere noi la parola “sogno”, questa scelta può sembrare un ridimensionamento, un semplice adeguarsi alla realtà. Ma osservandoli bene capisci che per loro non è un ripiego: è un punto di partenza. In questo momento, il loro sogno non è un’astrazione, ma una soglia da varcare per iniziare a esistere nel nostro tessuto sociale.

Tuttavia, la sfida educativa più grande sta proprio qui: tutto deve ricominciare da capo, ma chi ho davanti non è un neonato. Sono ragazzi che hanno un vissuto di 14 e 18 anni alle spalle, radici profonde in una terra diversa dalla nostra e un’identità già strutturata che chiede rispetto. Di questo me ne sono accorta con una chiarezza disarmante proprio ieri, mentre cercavamo di dare un nome agli oggetti necessari per fare la spesa o ordinare un caffè.

E proprio ieri pomeriggio è successo qualcosa che nessun manuale di pedagogia potrebbe mai prevedere. Si è avvicinata prima una bambina di sei anni, poi una di otto. Infine, si è seduta con noi anche una mamma egiziana che era venuta a prendere i figli e, intanto, cullava tra le braccia il suo bimbo di pochi mesi.

Si è seduta con quella naturalezza che nasce dalla stima reciproca, la stessa che abbiamo costruito nel tempo con il “Gruppo Mamme Fuoriclasse”. Questo spazio, pur intrecciandosi con la vita del doposcuola, è un percorso a sé, nato da un’esigenza delle stesse mamme. Ogni giovedì mattina ci ritroviamo per un laboratorio verso l’autonomia: non studiamo una lingua astratta, ma cerchiamo insieme le parole per dialogare con il mondo. Impariamo come parlare con il pediatra, come spiegare un bisogno al panettiere, come sentirsi sicure camminando per le proprie strade.

In quel clima di condivisione, ho rivolto ai ragazzi una domanda per noi scontata: “Quand’è il vostro compleanno?”.

In quell’istante è calato il silenzio. Non era un vuoto di memoria, ma il segno tangibile di una distanza culturale: l’assenza di una struttura che celebri la nascita come un traguardo individuale. Eppure, a quello stesso tavolo, le due bambine — figlie di quel percorso di integrazione che stiamo portando avanti con le loro madri — hanno reagito con stupore: per loro, nate in Italia, il compleanno è un punto fermo, un pezzo fondamentale dell’identità.

In questo incrocio di sguardi si è compiuto un piccolo miracolo educativo: le bambine sono diventate, spontaneamente, il ponte tra un passato che non appartiene loro e un presente che i due ragazzi senegalesi stanno ancora cercando faticosamente di decifrare. Attorno a quella domanda sospesa, le diverse anime del progetto “Fuoriclasse” si sono fuse: la mamma che impara a scrivere per i suoi figli, le figlie che già padroneggiano il nuovo mondo e i ragazzi che, attraverso di loro, intravedono una luce di speranza. Le diverse generazioni dell’immigrazione si sono specchiate l’una nell’altra.

In un attimo, quel tavolo è diventato un ecosistema: le bambine correggevano con orgoglio la pronuncia dei ragazzi più grandi, la mamma ripeteva i vocaboli insieme a loro e io, nel mezzo, facevo da calamita invisibile. Non stavo “insegnando”; stavo facilitando un incontro di esistenze.

Dal punto di vista psicopedagogico, l’esperienza di Fuori Classe ci insegna che l’apprendimento di una lingua non è mai un processo solo cognitivo, ma profondamente emotivo e relazionale. L’educatore agisce come una “Base Sicura”: non è la fonte del sapere, ma il perno affettivo. La stima della mamma egiziana e l’affetto delle bambine creano il clima di fiducia che permette ai nuovi arrivati di abbassare le difese e aprirsi al nuovo.

Quando la bambina di 8 anni corregge il ragazzo di 18, si rompono le gerarchie tradizionali. Questo “scambio di saperi” potenzia l’autostima dei piccoli e umanizza il percorso dei grandi, rendendo l’italiano una lingua viva, che serve per comunicare con il vicino di sedia e non solo con l’autorità. È l’apprendimento cooperativo e intergenerazionale che prende vita.

Vedere questi due ragazzi infilarsi in oratorio quasi per caso, cercando una finestra aperta, mi ha fatto riflettere su quanto siamo fortunati a essere qui, “più avanti” in certi percorsi della storia. Ma essere più avanti non significa essere migliori: significa avere la responsabilità di essere precursori.

La cosa più sorprendente di questo episodio è la sua spontaneità. Non sono stata io a chiamare le bambine o a invitare la mamma a sedersi; è stata l’energia del gruppo a generare l’inclusione. L’evoluzione dell’umanità, in piccoli spazi come l’oratorio di San Pietro, passa per questa capacità di “fare spazio”. Abbiamo assistito a un esempio di pedagogia interculturale dal basso, dove la lingua italiana diventa il ponte tra il Wolof e l’Arabo, tra l’infanzia e l’età adulta.

Quello che stiamo costruendo è un modello che un giorno servirà anche a loro, ai loro paesi. Il Nord e il Centro Africa crescono velocemente e presto si troveranno a gestire la stessa complessità che viviamo noi. Noi oggi stiamo testando una chiave: quella di un’integrazione che non chiede a nessuno di diventare “uguale”, ma che offre a tutti lo spazio per sedersi a tavola.

L’umanità si evolve così: non con i grandi proclami, ma con una mamma che impara a leggere accanto a un ragazzo che non sa quando è nato, mentre una bambina di sei anni sorride e dice: “Sì, hai pronunciato bene!”.

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